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Non solo Banksy

Anche oggi la giornata inizia piovosa. La prima tappa è il cimitero dei martiri di Betlemme: il terreno donato da un privato è diventato nel 2002 il luogo dove vengono seppelliti i corpi dei giovani del campo profughi di Deisha uccisi dall’esercito israeliano. Tra di loro anche un ragazzo di Laylac di vent’anni, che si occupava della biblioteca ed educazione all’interno del centro che ci sta ospitando.

La storia di Raid è uno dei molti esempi di “assassinii mirati”. Il giorno prima del suo omicidio era stato contattato da un esponente dell’esercito israeliano: “Anche domani andrai a insegnare ai palestinesi?”. Il governo israeliano ha ben chiaro quale sia l’importanza dell’educazione per la popolazione palestinese: la conoscenza della propria storia si traduce in una consapevolezza che è già di per sé una forma di resistenza.

Per facilitare l’occupazione delle terre i sionisti producono quella che viene definita “occupazione mentale”, un processo di normalizzazione che vuole abituare alla condizione di oppressione. Un esempio di questa pratica
è stata l’offerta di duemila permessi, durante il periodo di Ramadan, per visitare una moschea altrimenti irraggiungibile. Il fatto stesso che alcuni palestinesi non abbiano accettato è sintomo del fallimento di questa politica.

Lungo il percorso incontriamo le macerie di due delle cinque case che un anziano palestinese ha ricostruito in seguito alle ripetute demolizioni dell’esercito israeliano. Ora vive in un container perchè non può ricostruire
in cemento la propria casa perchè si trova all’interno dell’area C. Nonostante ciò ha preferito resistere sulla propria terra piuttosto che cedere alle pressioni e alle ingenti offerte di denaro. Gli israeliani ritengono strategico il punto più alto della collina per controllare la zona e successivamente espandersi nell’area.

La Cisgiordania è amministrativamente divisa in tre aree: la zona A, sotto controllo palestinese; la zona B, a controllo misto e la zona C, sotto il controllo militare israeliano. Nella zona C è vietato costruire ai palestinesi, quindi Israele si insedia nei territori che considera vuoti costruendo degli avamposti che diventeranno colonie.

La zona A, in conseguenza all’espansione delle colonie, è attualmente ridotta a circa il 10% dell’estensione dei territori assegnati dopo la naksa (guerra dei sei giorni), nel 1967, già di per sè circa il 20% della Palestina storica.

Dal punto dove ci trovavamo potevamo vedere sulle colline di fronte a noi le due colonie di Gilo e Haar Gilo, i due insediamenti più militarizzati della zona. Sotto la colonia passa l’autostrada ad uso esclusivo israeliano, avvolta in una membrana di cemento armato, che permette ai coloni di raggiungere in cinque minuti la città di Gerusalemme. Per raggiungere la stessa destinazione i palestinesi devono attraversare numerosi check point e circumnavigare le zone sotto controllo israeliano, con tempi variabili di diverse ore a discrezione dei soldati israeliani.

A tal proposito una storia che ci è stata raccontata è quella di un soldato israeliano che usava la sua gomma da masticare come criterio per decidere quando far passare i palestinesi che si recavano al lavoro all’alba: se il palloncino che gonfiava lo soddisfaceva avrebbe fatto passare la persona in attesa.

Il secondo dei tre campi profughi di Betlemme è Aida, confinante con il muro di separazione con la parte israeliana della città. Il muro è paradossalmente diventato un’attrazione turistica per via dei numerosi graffiti che lo ricoprono. Le opinioni dei palestinesi al riguardo sono contrastanti, la presenza dei turisti
permette per pochi istanti di evadere dalla prigionia del muro. D’altra parte, la presenza dei graffiti a volte non è apprezzata perchè decorano e normalizzano la presenza del più evidente strumento dell’apartheid.

Per la vicinanza al muro Aida è anche il campo più colpito dalle incursioni israeliane, ogni settimana l’esercito entra sia di giorno che di notte. L’ingresso del campo è segnalato da un arco che regge un’enorme chiave, simbolo del diritto al ritorno. Sotto questo monumento due anni fa è stato ucciso a sangue freddo un bambino di 13 anni. Durante una delle incursioni, per distogliere l’attenzione dagli scontri, un cecchino israeliano ha colpito il bambino con un proiettile esplosivo.

La giornata si è chiusa con la visita al centro di Betlemme, zona turistica e dissonante con i vicini campi profughi di cui abbiamo parlato.

 

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Gruppo climber

Un anno che sogniamo di rimettere le mani sul calcare rossastro di Battir e finalmente ci ritroviamo tutti assieme per  continuare il progetto di chiodatura iniziato da altri gruppi in questa ampia valle di ulivi.  Tutto ciò è stato possibile grazie al lavoro costante delle volontarie di Laylac durante l’anno successivo al nostro primo viaggio, fondamentale per lo sviluppo del progetto.

Oggi siamo riusciti a completare  un sopralluogo esplorativo in cerca della miglior parete da chiodare e abbiamo posizionato la segnaletica preparata dai ragazzi di Laylac nei giorni precedenti il nostro arrivo.

Nonostante la pioggia battente, le condizioni sfavorevoli del terreno e la possibile incombenza dei militari israeliani, abbiamo percorso i sentieri che attraversano la vallata e abbiamo identificato due zone adatte alla chiodatura.

La prima si trova a 15 minuti a piedi dal piccolo centro abitato di Battir, la seconda più lontana, si trova a circa 30 minuti dal paese sul versante opposto, a poche centinaia di metri dalla colonia di Haar Gilo. Il progetto così acquista ancora più valore come presidio attivo del territorio contro la continua pressione del “popolo prescelto”.

La natura spettacolare di questa valle di ulivi è una delle poche verdeggianti, nonché patrimonio dell’Unesco in Palestina, infatti al suo interno si possono trovare reperti risalenti all’epoca romana e una sorgente naturale.  La stessa natura ad oggi è minacciata non solo dalla spinta espansionistica delle colonie ma rischia di essere anche invasa dai rifiuti, che spesso vengono riversati sui versanti laterali della strada.

Domani torneremo per cominciare con i lavori di chiodatura e pulizia delle falesie.

Alè duri!

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