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Imagine you have all this water, but you are thirsty​

L’associazione BADIL, creata nel 1998, è un’organizzazione volta a promuovere i diritti dei rifugiati palestinesi. La loro proposta è portare attività di advocacy nei tribunali internazionali cercando una soluzione basata sui diritti umani garantiti per chiunque. È anche fondatrice e cofondatrice di altre numerose organizzazioni sparse in tutto il mondo a sostegno dei diritti dei rifugiati palestinesi.
Insieme a Laylac, è uno dei nostri punti fermi nella relazione con il popolo palestinese.

Anche quest’anno abbiamo quindi incontrato i suoi volontari per un racconto dettagliato e puntuale della storia palestinese e dell’attuale situazione geopolitica. Ciò ci permette da tre anni di attraversare la Cisgiordania con la dovuta consapevolezza.

Come negli anni passati l’incontro è stato ricchissimo di spunti e informazioni; grazie all’attenzione di una compagna metteremo a disposizione nei prossimi giorni un documento più completo (http://www.westclimbingbank.com/badil/… ), mentre in questa pagina di diario ci limiteremo a ricordare alcuni dei passaggi che ci hanno colpiti di più.

Dopo la guerra dei sei giorni, nel 1967 e la seconda grande ondata di trasferimenti forzati operata dalle forze armate israeliane, al fine di qualificarsi all’opinione pubblica mondiale come una forza di pace Israele ha iniziato una politica articolata in più azioni per stritolare lentamente e, senza più clamore, il popolo palestinese. E’ il sistema dei permessi l’esempio principe di questo progetto: un insieme di 103 permessi che un cittadino palestinese deve rispettare per poter vivere. Tale sistema vale anche per i cittadini israeliani di origini palestinesi e per i palestinesi residenti nelle zone B e C. Di fatto per qualsiasi aspetto della propria vita (libertà di movimento, attività economica, persino avere la possibilità di fare i documenti per i nascituri) il cittadino palestinese deve fare richiesta di uno specifico permesso. Così facendo la vita quotidiana diventa un calvario di attese ed è perennemente sotto il controllo del governo israeliano.

Dopo l’approvazione della legge sullo stato nazione del 2018 Israele inserisce nella sua costituzione l’Apartheid (rapporto ONU sull’apartheid: https://urly.it/33vkm): tale legge infatti sancisce che per avere pieni diritti civili e politici è necessario essere di discendenza ebraica.

Nella più grande “democrazia del medio oriente” quindi esistono colonie per ebrei americani ed europei da cui sono esclusi ebrei di origini africane, in cui non è previsto elettorato passivo per cittadini di origini palestinesi ed in cui è negato il diritto di tornare nelle proprie abitazioni precedenti al ’48 (diritto al ritorno). Avviene inoltre che questi ultimi, sin dalla nakba, per ristrutturare la propria abitazione in territorio israeliano o costruirne di nuove per i figli non ottengano il permesso. Questo li obbliga a spostarsi nelle zone a controllo palestinese, abbandonando cosi il territorio nativo all’esclusivo controllo israeliano.

Il relatore ci ha fatto notare che per il diritto internazionale la resistenza contro un invasore è un diritto garantito in tutte le sue forme, da quella non violenta alla lotta armata. Ma la propaganda sionista si è sempre impegnata per screditare la lotta palestinese etichettandola come terrorismo. Anche i partigiani erano considerati terroristi dalle forze di occupazione: quali sono i criteri per definire il terrorista tra le parti in causa, e chi li stabilisce?

https://www.youtube.com/watch?v=P7fakEks8ak

Un altro aspetto riguarda le risorse naturali: le alture intorno a Betlemme sono da sempre un territorio ricchissimo d’acqua, ma Israele oggi vieta ai palestinesi di utilizzarla in quanto risorsa strategica per i propri cittadini. Peggio: gli israeliani la estraggono non solo per le proprie colonie nella zona ma anche per il resto del paese (il 65% dell’acqua che arriva a Tel Aviv è rubata dai territori palestinesi) e la rivendono ai palestinesi stessi (il 95% dei palestinesi che vivono in West Bank devono comprare l’acqua da compagnie israeliane).

Dopo la riunione a Badil siamo partiti per il tour di Betlemme. Pur essendo al terzo anno di visite,  grazie ai compagni di Laylac siamo riusciti ad avere nuovi scorci della città e nuovi spunti di riflessione sul conflitto, iniziando dal muro di separazione posto da Israele nel 2003 ben oltre la green line (occupando così un ulteriore 10% del territorio palestinese della West bank), che ha un altezza doppia rispetto al muro di Berlino. Esso è prova evidente della pressione materiale e psicologica che Israele esercita sulla popolazione. Nel corso degli anni vari street artist hanno voluto disegnare sul muro come atto politico per puntare l’attenzione sulla questione. La situazione, con l’andare del tempo, è degenerata e i murales hanno via via perso il loro contenuto politico per diventare un’attrazione turistica. Le comunità a ridosso del muro preferirebbero che questo non venisse cosi tanto “abbellito” ma che tornasse ad essere visivamente brutto tanto quanto è orrendo il suo scopo.

Abbiamo potuto scoprire che Israele ha offerto le prestazioni dell’azienda che ha costruito il muro in regalo agli Stati Uniti come ringraziamento per aver riconosciuto Gerusalemme come capitale.

Più tardi, a bordo dell’immancabile pulmino dell’associazione, abbiamo potuto notare la rapida avanzata, palpabile di anno in anno, delle colonie sulle colline intorno a Betlemme. I coloni israeliani vorrebbero accerchiare Gerusalemme senza soluzione di continuità, costruendo una fila ininterrotta di insediamenti lunga più di 50 km, passando anche per la zona di Betlemme. La messa in opera di questo dispositivo mira anche a ribaltare l’equilibrio demografico della zona.

Prima di tornare a Laylac ci siamo fermati al cimitero dei Martiri di Deisha. Qui sono sepolti coloro che sono morti per la propria militanza politica: il più giovane aveva appena 12 anni. Tutta l’area è curata e gestita dai rifugiati di Deisha con particolare attenzione vista l’importanza nella cultura locale della sepoltura. DLa nostra guida ci ha spiegato che in quel solo cimitero sono seppelliti 15 suoi amici: 15 persone che nella propria morte continuano a dare senso alla lotta e valore al desiderio di giustizia del popolo palestinese.

Nota di amarezza purtroppo immancabile, nel 2001 quando il cimitero era appena stato aperto un gruppo di coloni è entrato di notte vandalizzando le lapidi.

Dopo un rapido giro per le strade del campo di Deisha, siamo tornati a Laylac per una presentazione del centro e delle sue attività. Laylac è un centro culturale autonomo che rifiuta il finanziamento da qualsiasi tipo di ente o istituzione internazionale. Cosi facendo mantiene la propria autonomia, fondamentale per poter “parlare di problemi politici” all’ interno del campo. L’ UNRWA a suo tempo aveva già aperto dei centri culturali giovanili nei campi profughi del West Bank, ma erano state escluse dalle attività e dai dibattiti le tematiche scottanti riguardanti le condizioni di vita nel campo. Proprio da un gruppo di ragazzi e ragazze che rifiutavano questa limitazione “sulla politica” è nato in seguito Laylac. Nei suoi 15 anni di attività l’associazione ha sostenuto innumerevoli iniziative culturali ed artistiche volte a sviluppare nel campo senso critico tramite “l’educazione popolare”. Ovvero l’insieme di forme educative formali ed informali, autogestite, con cui il popolo palestinese costruisce da 70 anni il bagaglio culturale necessario a sopravvivere, come comunità, all’ occupazione.

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  • Il bello è la forza di questo articolo è che non traspare alcun senso di impotenza della gente, come risultante delle vicende raccontate. Bravi!!

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