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Climbing in Cisgiordania dove le vette sono inaccessibili per motivi politici

Adam Ondra, uno degli arrampicatori più bravi al mondo, ha scalato per la prima volta una falesia in Cisgiordania, alcune persone gli hanno dato contro.

Il rock climbing è uno sport che nell’area si è sviluppato a partire dagli anni Settanta, con la chiodatura di alcune montagne che nel corso dei decenni hanno attirato sempre più sportivi, facendo crescere la comunità professionistica israeliana.

Il climbing come questione politica
Il problema, però, è che in quell’area il climbing è anche una questione politica. Da qualche anno infatti, questo sport ha iniziato a diffondersi tra il popolo palestinese, grazie soprattutto all’attivismo di due ragazzi americani e dell’italiano Dario Franchetti.

I check point militari, le colonie e i muri che contraddistinguono l’area cisgiordana, rendono però complesso l’accesso alle pareti rocciose per i palestinesi. Ecco perché l’impresa di Ondra, che ha scalato pareti situate in territori palestinesi sotto occupazione accompagnato da soli israeliani, ha creato qualche polemica.

La comunità di climbers palestinesi oggi è composta da qualche decina di professionisti, ma i numeri sono destinati a crescere.

La vita quotidiana qui è fatta di spazi inaccessibili e frontiere invalicabili. Ed è proprio l’idea di una riappropriazione degli spazi nei territori occupati che ha spinto Dario Franchetti, milanese 43enne residente a Ramallah dal 2004, ad attivarsi per diffondere questa disciplina sportiva in Cisgiordania.

“Insieme a due ragazzi americani abbiamo fondato la prima palestra di arrampicata a Ramallah, Wadi Climber, che è l’unica esistente in tutti i territori occupati palestinesi” mi spiega, “l’obiettivo era quello di diffondere il climbing in Palestina, ma il problema era come farlo: i luoghi per arrampicare nei territori occupati o non sono accessibili ai palestinesi perché bisogna passare attraverso colonie israeliane dove i palestinesi non sono ammessi, oppure sono molto difficili da raggiungere”.

Una delle pareti più suggestive è quella di Ein Fàara, nel Wadi Qelt, la principale valle che corre da Gerusalemme a Gerico. Per arrivarci bisogna passare da una colonia israeliana presidiata da guardie armate, il che rende molto complesso l’accesso agli spazi di arrampicata per i palestinesi. Essi devono infatti camminare a lungo per circumnavigare la colonia o, in alternativa, percorrere strade sterrate percorribili solo con un 4×4.

L’ingresso al parco nazionale, a gestione israeliana, è inoltre a pagamento e questo comporta implicazioni politiche: in molti casi i palestinesi non vogliono dare soldi a una colonia israeliana, finanziando di fatto l’occupazione.

Di fronte a questo percorso a ostacoli, Franchetti e i suoi compagni di arrampicata si sono attivati per attrezzare delle falesie presso le quali anche i palestinesi possano accedere senza problemi – a oggi tre pareti con un centinaio di tiri circa, più altre tre attrezzate dall’Israeli Climbers Club e parzialmente accessibili ai palestinesi. Un ruolo fondamentale in questo senso è stato quello degli sponsor, come Montura Italy, che hanno fornito materiali e attrezzature varie facilitando il lavoro del team italo-americano. Ma negli ultimi tempi sempre più realtà si stanno interessando al tema, nell’ottica di trasformare le montagne e le valli che appartengono alla comunità palestinese in un presidio sportivo-culturale e sociale-politico.

West Climbing Bank è un progetto milanese messo in piedi dall’Acciaieria Zam, che ha avviato una collaborazione con Laylac, associazione palestinese nata nel 2005 nel campo profughi di Dheisheh. Oltre ad occuparsi di cultura, società, arte e diritti delle donne, l’associazione ha da poco avviato un progetto di chiodatura di alcune falesie, grazie all’aiuto di due volontari francesi. In queste settimane, i ragazzi di Acciaieria Zam stanno raccogliendo materiale di ogni tipo, come imbraghi, scarpette e corde, per portarli a Laylac in un doppio viaggio previsto tra fine dicembre e la primavera.

“Laylac ha iniziato un progetto di arrampicata che utilizza questo tipo strumento anche come presidio territoriale davanti all’avanzata delle colonie nei territori occupati. Abbiamo incontrato alcuni membri dell’associazione e da qui è venuta l’idea di provare a costruire un progetto a supporto di tutto questo” mi spiega Massimiliano di Acciaieria Zam. “La base del ragionamento è che i palestinesi non hanno accessibilità ai luoghi e non hanno possibilità tecnica in termini di materiali per poter iniziarsi all’arrampicata. Noi vorremmo fornirgli questi mezzi”.

Intanto la comunità di climbers palestinesi si appresta a crescere sempre di più. Negli ultimi mesi, centinaia di persone hanno partecipato alle uscite organizzate da Wadi Climbing, la palestra indoor fondata da Franchetti assieme ai due compagni americani. Scuole, associazioni sportive, singoli appassionati: in molti casi la scintilla non scatta, in altri la prima arrampicata diventa l’inizio di un lungo viaggio sulle pareti rocciose palestinesi. E nel futuro, magari, proprio le falesie potrebbero diventare luogo di diplomazia. “Palestinesi e israeliani si sono incrociati in certe falesie di arrampicata accessibili a entrambi, è avvenuto e accadrà probabilmente sempre più spesso” conclude Franchetti. “In alcuni casi con piacevoli scambi di opinioni tecniche, in altri casi con più freddezza. Sicuramente la concentrazione su una passione comune, praticata in natura, potrà aiutare a trovare dei punti di contatto”.

 

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