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Climb free in Yabrud

La giornata è cominciata come mai avremmo voluto.
Ci siamo svegliati con il suono degli spari e le urla di protesta. Dalla finestra del centro Laylac che dà su Hebron street abbiamo potuto seguire lo scontro e purtroppo essere testimoni di avvenimenti devastanti quanto quotidiani nella Palestina sotto occupazione. Si sono svolti scontri tra soldati, entrati nel campo all’alba per compiere degli arresti, e i ragazzi palestinesi che tentavano di cacciarli. L’esercito spara per aprirsi un varco: un ragazzino cade a terra inerme, scopriamo più tardi che ha 12 anni; viene soccorso dai suoi compagni e caricato sul primo taxi. Altri 11 subiscono la stessa sorte.

Come se non fosse successo nulla, le macchine cominciano a passare di nuovo, i venditori aprono i loro negozi e la vita ricomincia davanti a questa assurdità. E anche noi come loro carichiamo gli zaini sulle spalle e saliamo sul bus che ci porterà nei dintorni di Ramallah a scalare. Con noi un gruppo di ragazzi del campo e volontari del centro, che tra sorrisi e scherzi monitorano in continuazione il cellulare per avere notizie sugli esiti dello scontro e sulle sorti dei loro amici.

Nelle valli intorno a Ramallah ci sono diverse falesie chiodate da un gruppo di ragazzi americani e un italiano, Dario Franchetti, da tempo residente a Gerusalemme.
Ci incontriamo con A., un climber Palestinese che arrampica ormai da due anni e mezzo e gestisce in questi giorni la palestra WadiClimbing a Ramallah. La strada che dovremmo percorrere è chiusa da una camionetta di soldati Israeliani, svoltiamo e allunghiamo il tragitto per evitare il blocco.

 

La Falesia di Yabrud, situata su una collina a pochi chilometri da Ramallah è una lunga fascia rocciosa di calcare rosso a buchi, costituita da una cinquantina di tiri di diverso stile, dalla placca tecnica al forte strapiombo su canne e buchi. Esposta a sud, è perfetta per il periodo invernale.

A. si dimostra un vero local descrivendoci a memoria tutti i tiri e le difficoltà e noi fremiamo dalla voglia di metter mano su questa roccia. Siamo un grande gruppo, quindi montiamo più tiri di diverse difficoltà e così comincia la nostra giornata scalatoria accompagnata dai canti del muathen (muezzin) e dagli abitanti del villaggio adiacente che ci offrono cibo e si rivelano i nostri più grandi fan.

A. ci spiega che la comunità di climber Palestinesi è molto ridotta, a Ramallah sono al massimo una decina i ragazzi che arrampicano con costanza e hanno fatto di questa attività la loro passione. A. è uno di questi. Ci racconta con entusiasmo che da queste falesie passano molti internazionali provenienti principalmente dall’Europa e dagli Stati Uniti, e che quindi ha ora amici in tutto il mondo, ma vorrebbe che l’arrampicata si diffondesse più a livello locale.

La palestra di arrampicata a Ramallah è un gioiellino, costruita dai ragazzi americani, possiede tutto ciò che dovrebbe avere una palestra boulder, dall’ottima tracciatura alla disponibilità di attrezzi per l’allenamento, alla spettacolare area bimbi situata dietro i muri strapiombanti.

In palestra abbiamo l’occasione di parlare più tranquillamente con A. Ci sono falesie come quella di Ein Fara frequentate molto da climber Israeliani e il cui accesso è libero ai Palestinesi, quindi siamo curiosi di capire come si relazionano. A. ci dice che non odia nessuno a prescindere. Ha un buon rapporto con i frequentatori della falesia indipendentemente dalla loro provenienza o religione. Sottolinea però che gli scalatori Israeliani che frequenta non sono coloni e dimostrano apertura nei confronti dei climbers Plaestinesi. Anche in questo caso lo sport e la passione per questa attività unisce e fà da ponte, anche se purtoppo la situazione politica crea ostacoli talvolta insormontabili tra le persone, soprattutto qui.

Yabrud, 5/1/2018

 

 

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