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No Justice, No Peace

La sede dell’associazione Badil si trova nel centro di Betlemme, nella zona sotto controllo dell’Autorità nazionale palestinese. Dal 1998, anno della sua fondazione, decine di attivisti hanno lavorato cercando di affrontare la questione palestinese sul versante dei diritti umani. Ci racconta S., che ci accoglie al nostro arrivo: “Per noi non è corretto parlare di ‘conflitto israelo-palestinese’: non c’è mai stata una dinamica di azione-reazione, perché il nostro popolo ha subito l’attuazione di un piano strategico di colonizzazione. In 70 anni il principio che ha seguito lo Stato israeliano è stato ‘Il massimo della terra, con il minimo di palestinesi’ “.

Nel corso degli anni, Badil ha scelto di lavorare sul fronte dei diritti umani e, in particolare, su una delle battaglie chiave per i palestinesi, il diritto al ritorno. Su una popolazione totale di 7.8 milioni di persone, il 66% vive fuori dalla Palestina storica, con lo status di rifugiato politico dal ’48 a cui si aggiungono gli sfollati dopo la guerra del ’67; solo 500 mila palestinesi vivono come cittadini non profughi.

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L’aeroporto di Ben Gurion accoglie chi arriva con un gigantesco striscione per i 120 anni dalla fondazione del movimento sionista, quando Herzl organizzò a Basilea il primo congresso sionista: “Zionism is an infinite ideal”. Arrivare in queste terre dopo le ultime settimane di tensione seguite alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale dà alla frase il sapore di una promessa inquietante.

Il bus ci lascia in piena notte alla Porta di Damasco, confine tra la parte orientale e quella ovest della città. La differenza non sta solo nell’architettura, ma soprattutto nella presenza delle pattuglie militari che giorno e notte controllano persone, via vai, attività nella zona araba, con assoluto potere discrezionale. Dagli accordi di Oslo del ’93 infatti Gerusalemme est rientra nella cosiddetta area B: giurisdizione dell’Autorità nazionale palestinese, ma controllo militare di Israele. La presenza costante è vissuta spesso come una provocazione e questo spiega perché la tensione non scende mai davvero.

Ci avviamo verso Betlemme sul bus che molti palestinesi prendono per fare i pochi chilometri che dividono Gerusalemme dalla Cisgiordania evitando il famigerato “Checkpoint 300”, quello che purtroppo la maggioranza degli operai delle zone occupate è costretto ad attraversare tutti i giorni per andare a lavorare nelle aziende edili israeliane e poi tornare a casa la sera.

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Prima della partenza

Il 27 dicembre la crew di West Climbing Bank partirà alla volta della Cisgiordania: un viaggio tra campi profughi, falesie e città della West Bank, dove la popolazione palestinese resiste dal 1967 alla violenza militare di Tel Aviv. In questa pagina trovate il nostro diario di bordo con aggiornamenti e racconti, giorno per giorno e notte per notte.

Come ogni diario, però, comincia prima della partenza. In queste settimane si è formato il gruppo, parallelamente, e non avremmo voluto, al ritorno in prima pagina del conflitto israelo-palestinese successivamente alla dichiarazione di Donald Trump di spostare l’ambasciata USA a Gerusalemme, legittimando di fatto l’occupazione militare e coloniale israeliana degli ultimi cinquant’anni.

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