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Molto volentieri pubblichiamo questa corrispondenza scritta da un* compagn* che abbiamo conosciuto durante il nostro viaggio e che ci comunica con soddisfazione che il progetto di arrampicata libera prosegue, con la grande partecipazione dei ragazzi palestinesi e il sostegno di Laylac. Free climb in free Palestine!

Continua per i palestinesi l’esperienza dell’arrampicata, è così che  ogni venerdì un gruppo di ragazzi e ragazze palestinesi si ritrovano di  fronte a Laylac armati di corde e magnesite. Laylac associazione nel  campo profughi di Dehisha, vicino a Betlemme, sta continuando a  sostenere con gran tenacia il progetto climbing.

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Il 6 gennaio abbiamo incontrato Jeff Halper, fondatore e attivista della Israeli Committe Against House Demolition (ICAHD) e punto di riferimento della sinistra antisionista israeliana. Lo incontriamo all’Educational Bookshop di Gerusalemme est: luogo di incontro per giovani e intellettuali israeliani e palestinesi, dove è possibile trovare i libri scritti sul conflitto e sulla questione palestinese. Se non tutti, quasi.

L’ultimo libro di Halper, “War against people” (tradotto in italiano da Epokè edizioni, “La guerra contro il popolo”), analizza l’egemonia israeliana all’interno del contesto di pacificazione globale portato avanti con la guerra permanente e la trasformazione degli stati in sistemi securitari e militari, di cui Israele è appunto il modello internazionale. Proprio per queste sue tesi il libro fatica a circolare all’interno. “War against people” è un vero e proprio manifesto contro la pacificazione.

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Nablus è circondata da due montagne. In cima si trovano due basi militari israeliane, che tengono sotto controllo la città e i campi profughi. Qui si trova il più grande della Palestina: Tal Balata, 35mila abitanti in 1 km quadrato. Per l’alta densità di popolazione il campo si è sviluppato in altezza; gli spazi tra un edificio e l’altro sono molto stretti, ci passa una persona per volta, spesso nemmeno quella. La popolazione è in crescita, ma lo spazio per costruire è terminato (come in quasi tutti i campi della Palestina).

Tal Balata è anche il luogo più inaccessibile per l’esercito israeliano e la polizia dell’Autorità nazionale. Qui hanno trovato rifugio nei decenni e ancora oggi molti ricercati da Israele, che comunque continua a provare a fare irruzione ogni notte. Spesso dalle basi sulle montagne i cecchini colpiscono gli abitanti durante le operazioni militari e le proteste della popolazione. Qui ogni persona ha più di un lutto e molti parenti in carcere. Per sostenere soprattutto i ragazzi e le ragazze rimasti orfani, sono le organizzazioni interne a occuparsene.

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La giornata è cominciata come mai avremmo voluto.
Ci siamo svegliati con il suono degli spari e le urla di protesta. Dalla finestra del centro Laylac che dà su Hebron street abbiamo potuto seguire lo scontro e purtroppo essere testimoni di avvenimenti devastanti quanto quotidiani nella Palestina sotto occupazione. Si sono svolti scontri tra soldati, entrati nel campo all’alba per compiere degli arresti, e i ragazzi palestinesi che tentavano di cacciarli. L’esercito spara per aprirsi un varco: un ragazzino cade a terra inerme, scopriamo più tardi che ha 12 anni; viene soccorso dai suoi compagni e caricato sul primo taxi. Altri 11 subiscono la stessa sorte.

Come se non fosse successo nulla, le macchine cominciano a passare di nuovo, i venditori aprono i loro negozi e la vita ricomincia davanti a questa assurdità. E anche noi come loro carichiamo gli zaini sulle spalle e saliamo sul bus che ci porterà nei dintorni di Ramallah a scalare. Con noi un gruppo di ragazzi del campo e volontari del centro, che tra sorrisi e scherzi monitorano in continuazione il cellulare per avere notizie sugli esiti dello scontro e sulle sorti dei loro amici.

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La strada che conduce da Betlemme a Jenin conterebbe al massimo 250 km, più o meno la stessa distanza che intercorre tra Milano e Modena. Nonostante questa vicinanza il tragitto dura più di 3 ore, questo perchè ogni palestinese che vive a Betlemme è costretto ad allungare il percorso per evitare quanti più check point possibili, ma anche perchè alcune strade sono ad esclusivo utilizzo degli israeliani. Siamo comunque costretti ad attraversare 3 posti di controllo: qui la situazione varia molto in base all’umore dei soldati di guardia e in base alle pretese necessità di sicurezza delle colonie vicine.

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La parte orientale della Palestina è una grande distesa desertica e al tempo stesso uno dei bacini idrici più importanti del Vicino Oriente. Qui si trova Gerico, una delle più antiche città del mondo, oggi tra le città più costose della West Bank, nel sogno di un impossibile turismo in queste terre in guerra permanente.

Gerico si trova nel cuore della Valle del Giordano, terra di popolazioni nomadi oggi costrette alla stanzialità. La vita di queste comunità e degli abitanti palestinesi è segnata da una lotta costante contro i progetti coloniali di Israele su terra e acque. La Valle del Giordano rappresenta il 30% della Cisgiordania; fino alla guerra del ’67 ci vivevano 320mila persone, oggi ridotte a 56mila. Lo svuotamento dell’area è andato in parallelo alla costruzione delle colonie (oggi si contano circa 10mila settlers) e all’occupazione militare.

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