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Cronache dal campo di Deisha: morire a 15 anni nella Palestina in guerra

Ieri, 23 luglio, è stata una giornata molto dura per i nostri amici del campo di Dheisha: molte persone sono state arrestate, decine i feriti e un ragazzo di 15 anni è stato ucciso durante una lunga operazione militare israeliana nei campi profughi attorno a Betlemme. Riportiamo le parole di un* compagn* presente nel campo in queste drammatiche ore.
Dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno di Gaza a marzo, passando per la inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme e con l’approvazione dell’ultima legge nazionalista su “Israele Stato per gli ebrei”, l’offensiva israeliana su vasta scala contro il popolo palestinese è già iniziata.
Lunga vita alla Resistenza.

L’aria che sta tirando in Palestina non è un aria buona. Anzi la situazione peggiora di giorno in giorno. Il ritmo dei bombardamenti a Gaza incalza e i morti aumentano, si aggiungono ai più di 140 della Grande Marcia del Ritorno iniziata il 30 marzo, a cui imperterriti i palestinesi non rinunciano, nonostante tutto, tornano al border settimanalmente a chiudere la fine del blocco che da 12 anni inginocchia Gaza. Incalzano i morti, i martiri. Gli attacchi nei campi profughi in West Bank pure.

Oggi, lunedì 23 luglio alle 3 di notte i militari israeliani hanno cercato di dominare il campo di Dehisha. Per tre ore lo scenario era caratterizzato da diversi tipi di esplosioni, che se vivi in un campo come questo, alla fine impari a riconoscere. Un forte scoppio è la bombasuono, poi c’è lo scoppio a cui segue un rumore metallico dopo qualche secondo, questo è il teargas, e poi c’è il proiettile di gomma. Questa notte hanno ucciso un ragazzino. Aveva 15 anni. Oggi per le strade si sono riversate le migliaia di persone che vivono nel campo, accompagnandolo nel suo ultimo viaggio dall’ospedale di Betlemme al cimitero dei martiri del campo di Dehisha.

Oggi è stato ucciso un bambino dallo stato-nazione del popolo ebraico. Uno stato di apartheid, che nega l’uguaglianza ai suoi stessi cittadini sulla base delle loro origine e culture. In nome di una religione, in nome di ‘sacre scritture’ il popolo ebraico invoca il diritto al’autodeterminazione, calpestando ogni diritto umano nei confronti del popolo palestinese e non solo. Ora gli insediamenti, e la creazione di nuove colonie sarà maggiormente giustificata, interpretato come valore nazionale. Infatti negli ultimi giorni è stata approvata una legge che a tutti gli effetti mostra nero su bianco, lo stato di apartheid di Israele. E poco importano a questo punto i pareri internazionali o la pace costruita a tavolino, con cui alla prima occasione, sappiamo che il popolo ‘eletto’ si pulirà il culo. Un popolo. Una sovranità. Un’autodeterminazione democratica riservata solo alla chippà. Una stato basato sulla discriminazione che diventa valore costituzionale. Sembra quasi di avere un momento di crisi spazio temporale, eppure è tutto vero, e tutto così assurdo. Dopo l’approvazione della legge la spianata di moschee è stata invasa da oltre 1300 coloni ebrei scortati dalla polizia israeliana che hanno sentito la necessità di pregare nei luoghi di culto mussulmani, l’ennesima provocazione. È così che si vive in questi ultimi giorni.

In questa tempesta continua di notizie dolorose, e senza prospettiva, se non una, molto triste. Oggi, hanno ucciso un bambino, un ragazzo, un futuro uomo. Le lacrime di un padre, di un intera comunità lo hanno accompagnato nella sua ultima marcia. Un martire. È così che viene chiamato ora. Ucciso da soldati israeliani. Ucciso dallo stato nazione del popolo ebraico. Uno stato di apartheid. Uno stato che demolisce case, devasta famiglie, priva di libertà e vita generazioni e generazioni. Un orrore a cui siamo testimoni, solo se non ci giriamo dall’altra parte, solo se il dolore non acceca i nostri occhi etichettando la realtà come normale. Ciò è tutto fuorché normale. È sfiancante, è orribile, disumano, ingiusto.

Non stancatevi mai di dirlo. Non stancatevi mai di ricordarlo. Non stancatevi mai di piangere i vostri martiri e di lottare. Non stancatevi di ricordare le loro vite e i loro sogni preziosi. Perché quando un colpo viene sparato ed un ragazzino di soli 15 anni cade, quello è il nostro dovere probabilmente, continuare a sognare, a desiderare e a sperare. Ora più che mai è importante rimanere informati, cercate la verità, andate a vederla con i vostri occhi.

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