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Autore: wcb

Lunedì 11 marzo ci si sveglia presto, zaino in spalla e si parte alla volta di Bet Jala: da qui si intraprende il sentiero per raggiungere il villaggio di Battir, lungo il quale è possibile incontrare alcune delle vie di arrampicata aperte lo scorso dicembre durante il viaggio in Palestina del gruppo West Climbing Bank.

La mattinata scorre tranquilla, grazie anche al clima primaverile e il sole tiepido. Il gruppo come sempre meticcio: palestinesi, italiani e francesi. Per alcuni è tutto una scoperta, per altri una riconferma di esperienze e di emozioni, per altri ancora casa.

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Ogni palestinese è stato incarcerato almeno una volta da Isreale e almeno un suo famigliare o un conoscente ha sperimentato la realtà della detenzione per motivi politici, perpetrata dall’occupante.

Uno dei dispositivi repressivi più utilizzati è la detenzione amministrativa, una forma di incarcerazione preventiva autorizzata senza sentenza ne giudizio, da parte di un giudice o una corte, che prevede l’arresto e la detenzione per sei mesi, prorogabili all’infinito.

Scopo dichiarato: anticipare gli attacchi dei “presunti terroristi” incarcerandoli prima di un eventuale azione.

Scopo reale: arrestare arbitrariamente e ingiustificatamente donne, uomini, bambine e bambini palestinesi così da poterli detenere nelle carceri israeliane, spesso anche per anni, contravvenendo a qualsiasi legge internazionale.

Questo è il tentativo di spaventare la popolazione applicando pene esemplari, incarcerando chi viene reputato perno delle comunità palestinesi. La detenzione amministrativa è un controsenso giuridico in quanto non esiste reato. Si suppone la colpevolezza dell’arrestato per un’azione che non ha mai compiuto e lo si incarcera semplicemente perché è palestinese.

Abbiamo conosciuto numerose storie di prigionieri politici palestinesi che hanno attraversato esperienze tragiche, dimostrando grande determinazione e resistenza.

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Oggi ci troviamo a Nablus, ospiti di Human Supporter Association, impegnata nella formazione ed educazione di bambine e bambini. A causa della scarsità dei servizi e delle strutture scolastiche, le classi sono spesso sovraffollate, arrivando ad avere in media 40 alunni. Gli insegnati hanno difficoltà a seguire in maniera adeguata tutti gli studenti, così inevitabilmente alcuni bambini rimangono indietro. In questo contesto, HSA svolge un importante lavoro di doposcuola, recupero e svago: i 30-40 volontari, tra cui molti internazionali, seguono quotidianamente circa 150 bambini. M. ci spiega che il lavoro di HSA è importante non solo per migliorare il loro presente, ma soprattutto per le generazioni future. I bambini sono infatti le vittime più sensibili e meno tutelate e sono numerosi i casi in cui sviluppano problemi psicologici, come la depressione.

Questo è un altro effetto indiretto dell’occupazione: la creazione di un trauma generazionale che si ripercuote sul futuro delle generazioni seguenti. Tutto ciò indebolisce il popolo palestinese dalle sue fondamenta e favorisce la politica repressiva israeliana. Anche questa è una delle forme utilizzate per sviluppare l’ “occupazione mentale”, cioé abituare un popolo a vivere e crescere nell’oppressione.

M. ci spiega, inoltre, le enormi difficoltà riscontrate dai volontari internazionali nella permanenza sul suolo palestinese. Israele non rilascia permessi per il volontariato in ambito umanitario: gli internazionali sono perciò costretti a richiedere ogni tre mesi un visto turistico, con il rischio di essere respinti.

L’associazione propone metodi creativi e coinvolgenti per lo studio e i momenti di gioco, e cerca di superare la forte separazione di genere e religiosa, strutturando attività miste. I numerosi feedback positivi hanno permesso di superare le iniziali titubanze e conquistare la fiducia delle famiglie.

Ogni grande città palestinese ha il suo campo profughi, spesso più di uno: così come Betlemme anche Nablus è circondata da labirinti di cemento. New Askar nasce a causa del sovraffollamento del campo di Askar. L’aumento dei rifugiati e la crescita demografica hanno portato all’esaurimento dello spazio per costruire nuove abitazioni, portando le persone a sviluppare un nuovo insediamento a 1 km di distanza.

Il campo non è mai stato riconosciuto dall’UNRWA, e per questo motivo non ha beneficiato di alcun tipo di progetto umanitario: non vi sono ospedali, ma un unico medico per 8000 profughi, e fino a poco fa i bambini andavano nella scuola del campo di Askar. Recentemente il finanziamento di una ONG svedese ha permesso la costruzione di un edificio scolastico e l’assunzione di un insegnante.

Negli ultimi anni, l’UNRWA ha smesso di riconoscere nuovi campi profughi. Anche dove già presente ha cominciato a sfilarsi riducendo l’impegno, infatti, sta per scadere il comodato d’uso degli spazi in cui propone i propri progetti, che era stato dato per 99 anni. Questo perchè l’idea era quella che la questione israelo-palestinese si sarebbe risolta entro questo lasso di tempo, e dopo non avrebbero più dovuto esserci profughi. Tuttavia, è evidente che la diplomazia ha finora fallito, e quindi l’UNRWA preferisce non riconoscere l’esistenza di nuovi profughi: come se bastasse negare questa evidenza per risolvere il problema.

Tulkarem, a nord ovest di Nablus, è una cittadina divisa in due parti dal muro che delimita i territori occupati della Cisgiordania.

Qui incontriamo Faiez, contadino e attivista, che ha deciso di trasformare il lavoro della terra in un progetto estremamente innovativo e lungimirante; Hakoritna farm. Oltre ad avere come “vicino” il muro, il terreno confina con una fabbrica chimica, spostata in territorio palestinese dopo le proteste dei cittadini israeliani a causa della sua nocività.

Nel 1984 decide di tornare a coltivare le terre della sua famiglia, rimaste incolte e utilizzate come  campo da calcio dai soldati israeliani, come unica soluzione contro l’avanzamento dell’occupazione. Durante la prima e la seconda intifada, è stata sua moglie Muni a portare avanti il lavoro e ad assicurare sempre il cibo ai loro figli, creando una rete di donne nella stessa condizione.

I metodi di coltivazione utilizzati sono volti alla completa indipendenza dal capitalismo e all’autosufficienza.  La permacoltura, l’agricoltura organica e le colture idroponiche permettono di sfruttare al meglio le risorse naturali nel rispetto dell’ecosistema. Per la prima volta notiamo che l’amore per la terra si esprime anche in una cura profonda di essa, e lo vediamo camminando per i campi e le serre puliti e rigogliosi.

Insieme a sua moglie Muni, Faiez è riuscito addirittura a creare in piccolo un sistema di coltura idroponica. Questo metodo permette di utilizzare le feci dei pesci per portare i nutrienti alle piante, che non vengono coltivate nella terra ma in vasche piene di pietre porose: in questo modo l’acqua non è assorbita e può essere rimessa in circolo, tornando a ossigenare la vasca dove vivono i pesci. Il suo sogno è quello di estendere questo metodo all’intera piantagione per essere completamente indipendente dall’acquisto di risorse idriche dalle compagnie israeliane. Infatti, il 65% dell’acqua utilizzata a Tel Aviv proviene dalla West Bank, ma il 95% dei Palestinesi è costretto a comprarla da tali compagnie.

L’autosufficienza è raggiunta non solo dal punto di vista delle risorse idriche e alimentari, ma anche da quello energetico. Il biogas prodotto dal digestore anaerobico è utilizzato per cucinare e i suoi scarti per concimare e i pannelli fotovoltaici per alimentare la ventola di un essiccatore solare.

Faiez mantiene viva ancora oggi una tradizione antica di selezione delle piante, in questo modo è riuscito a costruire una piccola banca dei semi che gli permette di non doverli comprare dalle multinazionali e non dover utilizzare pesticidi.

L’attivismo di Faez si manifesta attraverso la sperimentazione di metodi alternativi per un’agricoltura sostenibile, attraverso il presidio quotidiano della propria terra contro l’occupazione e nella condivisione di queste esperienze con la comunità internazionale. Solo due mesi fa è stato invitato dai parlamentari irlandesi per condividere la sua esperienza e grazie anche a questa testimonianza, l’Irlanda oggi è il primo Paese europeo ad avere una legge per il boicottaggio di Israele.

Ci continua a stupire l’estrema ospitalità palestinese; anche oggi siamo stati accolti da un avvolgente calore umano e una tradizionale e gustosa makluba, accompagnata da canti e condivisione di ricordi.

Come i ragazzi di Youth of Sumud, ogni azione quotidiana di Faez e Muni è un’ulteriore esempio di resistenza e lotta non violenta per la libertà.

A sud di Hebron si estende un territorio collinare desertico che accoglie nelle sue brulle terre, piccoli villaggi di pastori. In piena area C, a ridosso della linea verde, confine meridionale della Cisgiordania, si trova il paesino di At-Tuwani.

Accanto alla via che porta all’unica scuola della zona, i coloni hanno costruito un avamposto. Ci racconta S.: “Quel bosco sulla collina è stato piantato per proteggere le tende e i container dove si sono stabiliti i coloni. Questi sono i più radicali tra i sionisti. Aggrediscono chiunque abiti in questi territori, non vogliono che i palestinesi camminino su queste terre. Anche Israele considera illegali gli avamposti, ma dato che sono un comodo strumento per l’invasione dopo poco tempo li regolarizza.”

Il sentiero che da At-tuwani porta a Tuba passa tra la colonia e un avamposto, gli scolari e le scolare che percorrevano queste strade per raggiungere la scuola venivano aggrediti violentemente dai coloni che li insultavano, li picchiavano e gli lanciavano pietre. La paradossale soluzione trovata da Israele è stata mandare l’esercito a scortarli.

La strada è accessibile solo ai bambini, mentre per i tanti pastori della zona il passaggio è proibito. Nonostante ciò, quotidianamente portano a pascolare le pecore proprio a fianco dell’avamposto per rallentarne l’espansione.

Questa è una delle tante pratiche che gli abitanti del villaggio considerano parte della loro “resistenza esistenziale”, una serie di gesti quotidiani che gli hanno permesso di vincere molte importanti battaglie.

Uno dei più grandi risultati è stato l’abbattimento di un muro di separazione di 41 km. Per più di due anni la popolazione dei vari villaggi fermava le proprie attività quotidiane e si dava appuntamento ad At-Tuwani per bloccare la strada.

Il padre di S. ci racconta: “Per noi la pratica della resistenza non violenta è molto importante. Tutti i villaggi si sono mobilitati. La partecipazione delle donne è stata massiccia e fondamentale ed è una grande vittoria che uomini e donne abbiano lo stesso protagonismo nella lotta all’occupazione”.

Per opporsi ai numerosi illeciti israeliani i palestinesi hanno anche intrapreso svariate azioni legali. Le numerose manifestazioni e l’attenzione mediatica hanno portato la corte d’Israele a riconoscere al villaggio un diritto che dovrebbe essere naturale, quello di esistere.

Un’altra delle caratteristiche di questa zona è la presenza di grotte naturali. La popolazione locale storicamente abitava questi anfratti sviluppando intorno ad essi i propri villaggi. Nel 1999 le case e le grotte sono state sgomberate e completamente distrutte dall’esercito. L’obiettivo era scacciare le persone oltre la strada che delimita l’area tra At-Tuwani e la linea verde, per assimilare parte del territorio. A
questo proposito, buona parte della zona è stata dichiarata area di addestramento militare.

Nel 2017 un gruppo di giovani, “Youth of Sumud“, ha deciso di far rivivere il villaggio di Sarura come presidio contro l’espansione di Israele. Ci raccontano: “Ogni giorno abitiamo in queste grotte. Le abbiamo ampliate a mano, con scalpelli e picconi, perchè ogni attrezzatura meccanica viene confiscata. Persino il bagno chimico è stato sottoposto ad ordine di demolizione. Siamo in area C, qui Israele controlla e nega ai palestinesi l’accesso alle risorse di base, come acqua ed elettricità. Non si può costruire nulla, per questo abbiamo pensato di tornare nelle grotte. Lo scopo di questi lavori è di rendere abitabili questi spazi in modo  che le famiglie possano tornare a viverci ed avviare un processo di riappropriazione del territorio”.

 

All’ingresso nella grotta ci accoglie una bandiera No Tav che una delle Girls of Sumud ha preso l’8 Dicembre alla manifestazione a Torino. 

 

Quale miglior modo per chiudere l’anno, se non con un uscita a Battir tutti assieme?

Accompagnati dal sole splendente, partiamo dal campo di Dehisha in direzione della falesia di Battir. Il gruppo eterogeneo composto da scalator*, chiodator*, non espert*, palestines* e non, bambin*, ragazz*, uomini e donne. Ognuno ha trovato lo spazio per viversi al meglio questa splendida giornata. C’è chi chioda nuove vie, obiettivo principale del progetto West Climbing Bank, chi aiuta i bambini nei loro primi passi sulla roccia, chi insegna a suonare la chitarra, e chi si occupa di raccogliere i rifiuti e pulire i sentieri. In una sinergia comune, accompagnati dal canto del moezin, dal bongo, dalla chitarra, dalle risate finalmente spensierate abbiamo passato la giornata con leggerezza. Calato il sole, col tramonto ci apprestiamo a festeggiare il capodanno nel deserto!
Presto condivideremo informazioni più tecniche rispetto alle vie aperte, quindi stay tuned!!

 

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