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Arrampicare tra Palestina e Israele, utopia pacifista

Intervista a Dario Franchetti su http://www.up-climbing.com/it/falesia/news/31365

14 gennaio 2016

Dario Franchetti, milanese, quarantenne, scalatore da 20 anni, Alpi, falesia e indoor, vive e lavora in Cisgiordania dal 2004 ed è il responsabile della missione in Palestina per la ONG italiana Vento di Terra – www.ventoditerra.org. Da più di 10 anni cerca di promuovere l’arrampicata presso la popolazione palestinese, attrezzando falesie, organizzando corsi, dal 2012 collaborando con altri associazioni internazionali alla costruzione di una palestra indoor a Ramallah in Cisgiordania.

Quali sono le motivazioni che ti spingono ad arrampicare e a partecipare allo sviluppo di questo sport in Israele e Palestina?
In Israele l’arrampicata su roccia è già piuttosto sviluppata. Non siamo a livelli europei, ma gli israeliani possono vantare parecchie strutture attrezzate all’aperto e indoor, sia in Israele, che in Cisgiordania o nei paesi confinanti. Sono ben organizzati, l’Israeli Climbers Club è riconosciuto dall’UIAA e il loro livello è medio-alto.
I palestinesi che vivono in Cisgiordania non hanno ancora strutture indoor e, attualmente, non possono accedere alla maggior parte dei siti di arrampicata all’aperto ubicati in Palestina. Anche se in Cisgiordania scalatori israeliani hanno attrezzato alcune falesie, l’accesso ai palestinesi è ancora davvero complicato perché la maggior parte di questi siti sono sotto il controllo delle autorità israeliane e di conseguenza sono insediamenti israeliani in Cisgiordania, dove l’accesso ai palestinesi è molto limitato.
Questa situazione ci è sembrata da subito un’ingiustizia e così, da qualche tempo, io e alcuni amici, abbiamo deciso di attrezzare delle falesie dove anche i palestinesi potessero accedere senza problemi (a oggi 3 falesie con un centinaio di tiri circa più altre 3 attrezzate dall’Israeli Climbers e parzialmente accessibili dai palestinesi. Per le descrizioni vedi www.wadiclimbing.com). Insieme al progetto Wadi Climbing (www.wadiclimbing.com, che sta anche lavorando per la creazione della prima parete indoor a Ramallah) abbiamo pensato di organizzare gite all’aperto e corsi per principianti. È così che è iniziata, e da allora un sacco di gente ha incominciato a scalare frequentando sempre di più le uscite settimanali.
Puoi capire la nostra soddisfazione nel creare spazi e opportunità in una situazione in cui fino ad ora non esisteva nulla. In questo quadro, purtroppo, gli abitanti della Striscia di Gaza (circa 1,7 milioni di persone) sono esclusi. Gaza è una zona pianeggiante e l’unica occasione per scalare è di spostarsi in Cisgiordania o in Israele ma lo Stato di Israele non permette alla maggior parte delle persone di lasciare la Striscia e quindi è quasi impossibile per il “Gazawi” praticare gite arrampicatorie (e molto altro…).

Quali difficoltà stai affrontando?
Prima di rispondere a questa domanda è opportuno fare una premessa. Nel 1995, gli accordi di Oslo sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza (che formano i territori palestinesi) tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) divise la Cisgiordania in tre zone: A, B e C. Mentre veniva dato un certo controllo all’Autorità Palestinese (AP) nelle aree A e B, Israele manteneva il totale controllo militare e civile nella zona C, che costituisce oggi circa il 60% della Cisgiordania. Gli accordi prevedevano il graduale trasferimento dei poteri e delle responsabilità nelle mani dell’AP anche nell’area C, ma questi accordi sono stati congelati nel 2000. Il 70% dell’Area C è compresa entro i confini dei Consigli regionali di insediamenti israeliani (da non confondersi coi confini comunali) e quindi off-limits per l’utilizzo e lo sviluppo palestinese (UNOCHA: 2013). I principali siti di arrampicata si trovano proprio in Palestina, precisamente nell’area C della Cisgiordania, dove sono fioriti negli ultimi decenni centinaia di insediamenti illegali israeliani.
L’accesso ai luoghi di arrampicata è quindi estremamente complesso, soprattutto per i palestinesi. La maggior parte dei palestinesi che vivono in Cisgiordania non può entrare in Israele e a Gerusalemme (un sistema di check point militari e più di 600 km di muro di cemento e barriere impedisce a qualsiasi palestinese l’entrata in Israele e a Gerusalemme senza un permesso specifico). I palestinesi hanno anche un accesso molto limitato ad alcune aree della Cisgiordania (insediamenti israeliani), dove sono situati alcuni dei luoghi di arrampicata israeliani. Un palestinese da Gaza non può entrare in Israele, Gerusalemme o in Cisgiordania. Un cittadino israeliano può entrare in Cisgiordania (ma non a Gaza), e solo in alcune zone. È evidente che spostarsi per arrampicare è estremamente difficile, e il rischio di multe, arresti e problemi anche più gravi con le autorità israeliane nella zona C della Cisgiordania, o con gruppi di coloni israeliani nazionalisti e spesso aggressivi, è presente. Ovviamente maggiore per i palestinesi che per gli israeliani.
Invece finora, l’attrezzatura di falesie all’interno dell’area B, con l’accordo dei Comuni palestinesi, è stato realizzato senza difficoltà.
Essendo la Palestina occupata militarmente da Israele, i problemi – legati al conflitto – potrebbero essere piuttosto gravi. Alcuni coloni israeliani che vivono in Cisgiordania potrebbero essere violenti e aggressivi. Questi coloni spesso sono dotati di armi e può succedere che ne facciano uso per cacciare palestinesi da un certo luogo: pastori con animali al pascolo, bambini che vanno a scuola, contadini mentre coltivano la loro terra, o alpinisti che arrampicano in una falesia! Inoltre, la mobilità sul terreno in Cisgiordania è sempre condizionata dalla presenza di check point e infrastrutture militari. Così accade che per andare ad arrampicare bisogna attraversare un posto di blocco e se quel giorno il check point è chiuso ci si deve dimenticare l’arrampicata … anche se hai il passaporto italiano con visto!
Detto questo, con attenzione e organizzazione preliminare è assolutamente possibile praticare l’arrampicata sportiva con costanza e divertimento e il mio è anche un invito aperto agli scalatori italiani a conoscere la Palestina e le sue falesie. Il modo più facile e sicuro è contattare Wadi Climbing, tramite il sito o la pagina Facebook.

Dove e con chi vai a scalare in Israele? 
Ho cari amici scalatori israeliani e internazionali conosciuti negli anni in falesia o in palestra, con alcuni dei quali ho scalato anche a Wadi Rum, in Giordania, che supportano il nostro progetto “Climbing in Palestine” e che sognano di poter, un giorno, scalare senza problemi assieme ai palestinesi.
La varietà dell’umanità e la particolarità del posto mi fa però incontrare in falesia anche persone molto diverse e lontane dalla mia visione di vita. Mi è capitato solo in questa parte del mondo di incontrare scalatori (israeliani) in falesia con pistola in tasca o mitra a tracolla, che prima di attaccare un tiro passano l’arma al compagno… Tutto ciò è molto triste, e speriamo un giorno possa lasciare il passo a un approccio meno conflittuale e meno armato!

Come hai avuto il materiale per la chiodatura? 
Inizialmente, con Wadi Climbing e un gruppo di appassionati scalatori internazionali, abbiamo investito qualche centinaio di euro per attrezzare i primi tiri. Nel tempo siamo riusciti a trovare alcuni sponsor, in particolare Montura Italy, che ci ha donato una grande quantità di spit, soste, imbraghi, scarpette, corde ecc.. (www.facebook.com/wadiclimbing/)

Ci sono arrampicatori palestinesi? Sono in qualche modo organizzati? 
Ad oggi circa 600 palestinesi hanno partecipato alle uscite e ai corsi settimanali proposti da Wadi Climbing nell’ultimo anno. Di questi, un gruppo di una ventina ha sviluppato continuità, passione e capacità tecniche fondamento per la creazione un un Club di scalatori palestinesi organizzato. L’apertura della palestra indoor (in fase di costruzione in questi giorni), e l’attrezzatura di ulteriori falesie saranno fondamentali per l’aggregazione e l’organizzazione del gruppo, al momento ancora  giovane ma pieno di passione.
Da tenere in considerazione che fino al 2012 non più di 20 persone avevano provato a scalare outdoor in Palestina…

Come sono, se ci sono, i rapporti fra climber israeliani e palestinesi? 
Siamo ai preliminare… In generale, per i motivi di cui sopra, non è facile neanche trovare dei luoghi fisici di incontro tra palestinesi e israeliani, poiché l’occupazione militare ne limita le possibilità. Vi sono però due falesie, situate in Cisgiordania, dove è possibile, con un po’ di organizzazione, scalare assieme, o quantomeno vicino. È avvenuto e accadrà probabilmente sempre più spesso. In alcuni casi con piacevoli scambi di opinioni tecniche, in altri casi con più freddezza… il momento politico specifico e le varie intensità del conflitto condizionano ovviamente sia gli spostamenti fisici che l’umore delle persone… starà poi a loro, se ne avranno voglia, nel tempo e senza forzature, provare a costruire dei canali di scambio. Sicuramente la concentrazione su una passione comune, praticata in natura, aiuta a trovare dei punti di contatto.

Pensi che praticare l’arrampicata in Israele e/o in Palestina possa avere un significato politico? 
Quasi tutto quello che fai in Israele o in Palestina ha, nel bene o nel male, un significato politico, anche se non si vuole. L’arrampicata su roccia dovrebbe essere scollegata dalla politica e dalle guerre, ma purtroppo qui non è così.
Se un palestinese non può andare ad arrampicare a Gerusalemme o in una falesia in Cisgiordania perché un check point dell’esercito israeliano gli impedisce di accedere a una certa area, si tratta di una questione politica. Così se un colono violento attacca scalatori palestinesi disarmati. Oppure, se un sito di arrampicata meraviglioso in Cisgiordania è parte di un insediamento israeliano, dove un palestinese non può accedere perché ha una carta d’identità ”sbagliata”.
In modo diverso, e con conseguenze diverse, alcuni alpinisti israeliani potrebbero sentirsi meno sicuri a visitare alcune zone della Cisgiordania, come conseguenza dell’occupazione e del conflitto, ma certamente hanno pieno accesso ai luoghi di arrampicata israeliani e un buon accesso alla falesie in Cisgiordania. E questo ha anche, in entrambi i modi, un significato politico.

Quale futuro vedi per l’arrampicata in Israele e in Palestina? 
Quali sono i tuoi auspici per lo sviluppo di questo sport? Vorrei che l’arrampicata in Palestina e Israele non avesse un significato politico. Ciò significherebbe che il conflitto e l’occupazione sarebbero finalmente finiti e l’accesso e la mobilità nel territorio sarebbero ugualmente garantiti a tutti, compresi gli scalatori, non importa di quale nazionalità.

Una falesia assolutamente da non perdere? 
Yabrud, situata a Est di Ramallah. Attrezzata da circa un anno ha oltre 30 tiri, dal 5 al 7c con un paio di bei progetti non liberati e ancora potenzialità di chiodadura. Roccia calcarea, ottimo grip e vista su una bella valle.
Non posso non citare anche Ein Fàara, nel Wadi Qelt, la principale valle che corre da Gerusalemme a Gerico. Attrezzata dall’Israeli Climbers Club, in parte accessibile anche dai palestinesi (ma solo a piedi con 45 minuti di bellissima camminata), oltre 100 tiri dal 4 all’8a su ottimo calcare e vista mozzafiato.
Arrampicare in Palestina è un progetto di volontariato. C’è bisogno di ogni tipo di materiale di arrampicata e di tutto ciò che potrebbe essere utile per promuovere l’arrampicata in Cisgiordania.

Chiunque lo volesse sostenere può scrivere sulla seguente email: franchetti.dario@gmail.com – trips@wadiclimbing.com

 

Intervista Bruno Quaresima

 

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